Alien (1979) di Ridley Scott | Recensione

Alien

4 Stars

RECENSIONE
di Alessandro Pin

Per assistere a un’altra rivoluzione cinematografica di genere fantascientifico, successiva al capolavoro di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio del 1968, si deve attendere la fine degli anni Settanta. Dopo Guerre stellari (1977) di George Lucas e Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) di Steven Spielberg, lo spazio non è più lo stesso. Le battaglie spaziali regalano forti emozioni, la crescita di giovani eroi conquista il cuore. Il coraggio e il disorientamento dell’umanità di fronte alla consapevolezza di non essere sola nell’universo fa riflettere. Steven Spielberg con Incontri ravvicinati del terzo tipo narra il primo contatto con una specie aliena, una rivelazione (la Rivelazione) per la società e per il mondo intero, mostrata con occhio ingenuo, bonario, gentile; preme i tasti giusti e fa leva sul cuore dello spettatore (grazie anche all’iconica e toccante scala pentatonica di John Williams). L’alieno di Steven Spielberg è antropomorfo, avvolto da una luce abbagliante e pacifica e speranzosa per il genere umano. In seguito, con E.T. – L’extra-terrestre (1982), umanizza l’alieno per antonomasia; E.T. entra in sintonia, o meglio in simbiosi, con Elliot, il ragazzo che lo trova e lo protegge dal malvagio Governo che lo vuole catturare e studiare. Film per famiglie che mostrano drammi famigliari; in questo Steven Spielberg è da sempre maestro indiscusso.

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Alien è senza dubbio un capolavoro, prova di quanto grande è stato il cinema dei mitici e irripetibili anni Settanta.

Nel 1979, Alien si conquista il diritto a entrare nel gotha della fantascienza e dell’horror. Ridley Scott mostra un alieno aberrante, affamato, tratti caratteristici del mostro protagonista del classico spielberghiano, Lo squalo (1975), con cui Alien ha in comune l’essenza. Nella pellicola di Steven Spielberg vi è una vastità sperduta, immensa, blu anziché nera, ma anch’essa inospitale per l’essere umano. Pericolosa. Mortale. Alien e Lo squalo sono due tipici monster movie: in entrambi l’equipaggio dà la caccia a un mostro, di cui è vittima terrorizzata, che infligge danni mortali; l’incarnazione stessa delle nostre paure. La differenza è questa: mentre ne Lo squalo i tre cacciatori sono consapevoli di dover catturare e uccidere un pericoloso pesce (il più ferale) dall’istinto omicida, vendicativo e di proporzioni gigantesche, ma ben noto dai libri di biologia, in Alien l’equipaggio non parte volontario per la missione, ma è pedina inconsapevole in un gioco di potere tipico della natura umana, ma che non è mostrato. Due film che hanno generato un filone di pellicole e che a tutt’oggi rimangono inarrivabili per potenza visiva e narrativa. Dan O’Bannon, autore della sceneggiatura, si ispira ai classici d’epoca come La cosa da un altro mondo (1951), ove un gruppo di spaziali affronta un mortale alieno in spazi angusti e inospitali, a Il pianeta proibito (1956), ove la nave spaziale atterra su un pianeta sconosciuto e i membri dell’equipaggio sono sterminati uno dopo l’altro da una mostruosa creatura, ma anche e soprattutto a Terrore nello spazio (1965) di Mario Bava. Un’altra fonte d’ispirazione è senz’altro il racconto breve Discord in Scarlet (1939) di Alfred Elton van Vogt, ove un alieno depone le uova nel corpo di ospiti umani.

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Durante il viaggio del mercantile Nostromo (omaggio al romanzo omonimo di Joseph Conrad, ove il compito dell’ufficiale Nostromo è simile: espatriare pietre preziose dalla città mineraria di Sulaco), di ritorno verso casa, i membri dell’equipaggio esternano sentimenti, dubbi e preoccupazioni sulla missione, ciò permette di entrare facilmente in empatia con loro. Il terrore della solitudine, le differenze sociali, il femminismo sono temi molto cari alla fantascienza e qui sono rappresentati con efficacia; ognuno dei sette membri del gruppo è definito con opinioni differenti e aspettative diverse. Alien definisce, come mai prima, il fanta-horror. Se negli anni Cinquanta era sostanzialmente un genere di serie B, quasi ingenuo, con Alien avviene un’importante e sostanziale rivalutazione. Ridley Scott riesce a mostrare, attraverso una fotografia e una scenografia angosciante, oscura e tenebrosa, la paura del diverso, dello spazio sconosciuto. Tutti i membri dell’equipaggio sono impotenti, pietrificati di fronte a ciò che non conoscono e che mai conosceranno.

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La navicella Narcissus (omaggio al romanzo Il negro del Narciso, sempre di Joseph Conrad, ove un marinaio è portatore di tubercolosi a bordo della nave che diventa un microcosmo isolato, specchio della società umana) si stacca dal Nostromo per atterrare sul pianeta alieno LV-426 e indagare l’origine di un segnale di soccorso. L’equipaggio è così catapultato in un ambiente aberrante, mostruoso e misterioso. Sinistro e completamente silenzioso. Un luogo avvolto nella nebbia e disabitato. Un ambiente ignoto ed estraneo. Alieno. Claustrofobico. Inospitale. Ostile. Terrificante. In un relitto alieno è rinvenuta l’enorme salma del pilota, qualcosa di così diverso da risultare inconcepibile per l’impreparata mente dei minatori spaziali.

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Il manipolo preleva dal pianeta una forma di vita sconosciuta, avvinghiata al volto del povero Kane (John Hurt). L’equipaggio cerca di comprenderne la biologia con ogni mezzo a disposizione per salvare la vita del compagno. L’unico in grado di capirne l’essenza è lo scienziato Ash (Ian Holm), pedina fondamentale del perverso gioco di morte e silente studioso del mostro che nasconde la verità al resto dell’equipaggio, i cui membri sono ignare e sacrificabili vittime della corporazione militarista che si nasconde dietro al paravento della ricerca.

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Solo tardivamente si rendono conto della grave situazione e cercano di sopravvivere alle condizioni avverse cui sono sottoposti. Kane è incubatrice vivente del germe alieno che cresce dentro di lui finché, quando al sicuro sulla nave madre, gli esplode dal petto, suscitando sgomento e terrore e decretando così l’inizio della loro fine. La paura prende il sopravvento sull’astuzia e gli errori commessi dall’equipaggio nell’atto di catturare lo xenomorfo diventano mortali. Una curiosità: durante le riprese solo Ridley Scott e John Hurt conoscevano la scena; il terrore che appare sul volto degli attori è autentico!

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Nell’equipaggio vi sono due donne, la debole Lambert (Veronica Cartwright), e la forte Ellen Ripley (Sigourney Weaver, nel ruolo che avrebbe potuto essere di Meryl Streep se avesse accettato la parte, o della stessa Cartwright alla quale solo poco prima delle riprese le fu affidato quello della vittima impaurita Lambert). Lo xenomorfo si riserva per ultimo l’eliminazione del gentil sesso, come fosse la portata finale da degustare, concentrandosi prima sugli uomini che miete uno dopo l’altro. L’alieno appare per la prima volta nella sua forma adulta all’ignaro e sempliciotto ingegnere Brett (Henry Dean Stanton), presentandosi velatamente e in gran segreto: una fugace apparizione che si lascia dietro scie di sangue (solo il gatto di bordo Jones è testimone dell’efferatezza). La caccia ha così inizio. In seguito gioca a nascondino con il capitano Dallas (Tom Skerritt) che arranca spaventato nelle tubature del Nostromo per uccidere la bestia. Infine è il turno del pragmatico Parker (Yaphet Kotto). La sequenza dell’uccisione di Lambert è carica di suspense, lenta, quasi Ridley Scott voglia insinuare il dubbio che l’alieno abbia intenzione di violentarla per trarne piacere. La scelta di tenere Ripley dulcis in fundo conferma tale ipotesi. Nell’atto finale (l’evacuazione dalla nave in procinto di autodistruggersi), lo xenomorfo si rifugia nella capsula di salvataggio, aspettando nascosto l’arrivo di Ripley che riparatasi anch’essa nella capsula è inconsapevole di avere a bordo il mostruoso ospite, rannicchiato come un feto e mimetizzato tra le tubature. Una mortale fuga d’amore, siglata e (non) definitivamente conclusa dalle romantiche note della seconda sinfonia di Howard Hanson.

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Gli scenari e l’alieno sono creati dall’artista svizzero Hans Ruedi Giger che è riuscito a concretizzare i suoi più intimi incubi trasponendoli in surreali e visionarie forme. Un talento particolare, poiché attraverso il suo lavoro è riuscito a infondere alla pellicola le sue più profonde paure e a trasmetterle allo spettatore grazie alla genialità di Ridley Scott. H.R. Giger unisce la materia organica con elementi inorganici: il risultato è lo xenomorfo. L’alieno è aberrante e misogino, un essere spietato che prova piacere a violare e uccidere le sue vittime. “Un superstite, non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità”, questa è la fredda descrizione dello xenomorfo, fornita con preoccupante ammirazione dal membro che solo alla fine si scopre essere (con grande turbamento) il non-umano del gruppo, l’androide Ash.

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Il modo in cui il facehugger (letteralmente “aggrappa-faccia”) esce dall’uovo tramite un’apertura che ricorda la forma vaginale, di come l’alieno tentacolare penetra la bocca di Kane per mezzo di un’escrescenza tubolare per depositare il suo seme, di come il chestburster (letteralmente “spacca-torace”) di forma fallica fuoriesce con dirompenza e aggressività dal petto dell’ospite, una volta raggiunta la maturazione (quasi fosse una “penetrazione all’inverso”) e di come dalla bocca dello xenomorfo adulto emerge una seconda bocca (effetto speciale curato da Carlo Rambaldi, creatore di E.T.), non sono altro che rappresentazioni che caratterizzano l’aspetto erotico della creatura.

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Per la prima volta un alieno prova impulsi sessuali. Non a caso la protagonista è donna; Ellen Ripley è forte, intelligente, autoritaria, tenace e mascolina e per l’epoca una figura atipica in un film di genere e non solo. Un simbolo del femminismo entrato nella cinematografia al momento giusto, ovvero non troppo vicino agli anni Sessanta e all’esplosione delle manifestazioni per rivendicare i diritti delle donne, così da non intenderlo un personaggio politicamente corretto. Ripley è l’unico elemento dell’equipaggio in grado di fronteggiare e uccidere lo xenomorfo.

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Alla fine, lo xenomorfo fluttua nello spazio profondo, perduto anch’esso e sconfitto al gioco mortale dall’eroina per eccellenza. Ellen Ripley, la donna più forte che la cinematografia di genere abbia conosciuto, si iberna per il lungo sonno cui è destinata, vagando nello spazio profondo insieme al gatto Jones, unici testimoni oculari della orrorifica mattanza.

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La colonna sonora è di Jerry Goldsmith, ma il suo lavoro è sacrificato all’interno della pellicola a favore di partiture preesistenti. Inizialmente il compositore aveva deciso di creare due tipologie di musiche, la prima costituita da brani sinfonici e orchestrali, mentre la seconda caratterizzata da timbri elettronici, strumenti orientali e dall’utilizzo dell’echoplex (un generatore di echi per simulare vasti ambienti sconfinati). Il regista preferisce la seconda, ma non utilizza in toto il materiale (scelta influenzata dal montatore Terry Rawlings). Il risultato è comunque straordinario e segna un punto di riferimento importante per le pellicole di genere che seguiranno. Alien è senza dubbio un capolavoro, prova di quanto grande è stato il cinema dei mitici e irripetibili anni Settanta.

TITOLO ORIGINALE
Alien

PRODUZIONE
Gordon Carroll
David Giler
Walter Hill

REGIA
Ridley Scott

SCENEGGIATURA
Dan O’Bannon

STORIA
Dan O’Bannon
Ronald Shusett

CAST
Tom Skerritt (Dallas)
Sigourney Weaver (Ellen Ripley)
Veronica Cartwright (Lambert)
Harry Dean Stanton (Brett)
John Hurt (Kane)
Ian Holm (Ash)
Yaphet Kotto (Parker)

COLONNA SONORA
Jerry Goldsmith

FOTOGRAFIA
Derek Vanlint

MONTAGGIO
Terry Rawlings
Peter Weatherley

SCENOGRAFIA
Michael Seymour
Ian Whittaker

COSTUMI
John Mollo

 

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