Arrival (2016) di Denis Villeneuve | Recensione

Arrival

4 Stars
Drammatico, Fantascienza, Mistero


RECENSIONE
di Alessandro Pin

Arrival di Denis Villeneuve, tratto dal racconto Storia della tua vita di Ted Chiang, nominato al premio Hugo e vincitore del premio Nebula, si annovera nel panorama delle pellicole che hanno riportato in auge la fantascienza tecnologica, dandole nuova linfa. Arrival rimanda a 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick e alla cinematografia metafisica cara a Christopher Nolan. Denis Villeneuve gioca con il Tempo attraverso meccanismi che conducono in una precisa direzione per poi far riconsiderare l’intera narrazione. Ciò che si evince è lo sforzo di sollecitare il pubblico (oberato di action movie e drammi inconsistenti) a indagare l’origine di ciò che accade; a porsi delle domande, come un gruppo di scienziati di fronte a un mistero da risolvere.

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Dodici astronavi aliene, monolitiche e strutturalmente assimilabili a gusci inerti, sovrastano e svettano come alte torri granitiche su altrettanti paesi della Terra. Capire le motivazioni dei visitatori è la principale preoccupazione dei governi, che agiscono in linea con le proprie politiche: chi li vuole studiare, chi cerca di premunirsi per difendersi da una possibile minaccia. L’arrivo è mostrato dai media che rendono bene l’idea di ciò che sta accadendo nel mondo. Il colonnello Weber (Forest Whitaker) dell’esercito USA invia due specialisti in Montana, sito di atterraggio, per stabilire il contatto. Bradford Young (direttore della fotografia) dipinge le immense vallate ricoperte da coltri di nubi che gettano ombre perpetue sullo scenario umido e cupo. Amy Adams (che si riconferma una delle attrici più promettenti e talentuose di Hollywood) e il bravo Jeremy Renner formano una coppia bellissima. Avanti anni luce rispetto alla recente coppia Jennifer Lawrence/Chris Pratt, vista in Passengers. Amy è Louise Banks, eccellente linguista, mentre Jeremy è Ian Donnelly, brillante fisico teorico. La paura prende il sopravvento sull’emozione (contrariamente al manipolo di scanzonati scienziati di Jurassic Park) per il timore di comunicare con “qualcosa” di cui non si conoscono le intenzioni; tuttavia in Ian è insito uno spiccato senso dello humor, necessario ad addolcire il clima.

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Il plot sembra riproporre il classico Incontri ravvicinati del terzo tipo; mentre gli extra-terrestri di Steven Spielberg si palesano solo alla fine davanti a coraggiosi uomini dagli occhi lucidi e, in un altro “film per famiglie”, Cocoon di Ron Howard, sono amichevoli, luminescenti e meravigliosi, in Arrival gli ambienti sono oscuri e claustrofobici e gli alieni nulla hanno di antropomorfo, rimandando alle atmosfere di Alien di Ridley Scott. All’interno dell’astronave i due scienziati trovano il coraggio di instaurare un dialogo e presto si liberano delle tute di sicurezza imposte da militari stressati (e condizionati dai media). Curiosa la scelta di utilizzare un uccellino in gabbia come unico rivelatore di tossine nell’aria; un metodo poco tecnologico, ma incredibilmente efficace, usato fin nei primi del ’900 in ambienti pericolosi.

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Jóhann Jóhannsson compone una singolare ed efficace colonna sonora che esalta la fumosa atmosfera, tra suspense e dramma. Nascosti dietro uno schermo lattiginoso s’intravedono due figure xenomorfe, non solo nell’aspetto, ma anche e soprattutto nel modo di comunicare. Le “conversazioni” sono molto interessanti, tra suoni incomprensibili e “macchie di Rorschach”. Denis Villeneuve, lo sceneggiatore Eric Heisserer (habitué del cinema horror) e lo scenografo Patrice Vermette hanno creato un linguaggio conforme alla natura aliena. Una scrittura circolare e mutevole che non si può “tradurre” su un rigo scrivendo da un lato all’altro del foglio, ma che va interpretata nella sua interezza. È nello studio del linguaggio che poggia il tema portante, così come nel racconto di Ted Chiang. Capire una lingua sconosciuta e mostrare con metodo scientifico come Louise (il cardine su cui ruota la narrazione) riesce a interpretare la “parola” in forma scritta che non equivale a quella verbale per gli alieni. “HUMAN” scrive Louise su una lavagnetta, mostrandola indicando se stessa; un saluto di enorme impatto comunicativo.

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Louise ha più familiarità con gli alieni che coi militari e l’esempio che propone loro per spiegare l’alto grado di difficoltà comunicativa è la storia dell’esploratore Cook che nel 1770 sbarca in Australia e alla vista di un canguro, un animale allora sconosciuto, chiede agli aborigeni di che specie si tratti. La risposta è “kangaroo” (da cui canguro), peccato che il significato sia “non capisco”. Esempio eccezionale (e chiaro omaggio ad Arthur C. Clarke che cita più volte Cook nei suoi romanzi Incontro con Rama e 2001: Odissea nello spazio) che dimostra come il linguaggio possa essere facilmente frainteso se non adeguatamente studiato.

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La sequenzialità temporale definisce l’essere umano che sulla linea retta del Tempo viaggia in una sola direzione, senza mai fermarsi e senza mai cambiare verso. Può l’effetto generare la propria causa? Una domanda cui Christopher Nolan risponde da dentro un buco nero; mentre in Arrival è la comprensione del linguaggio alieno la chiave che apre a una diversa concezione dell’universo: l’ipotesi di Sapir-Whorf o della relatività linguistica. Il meccanismo è invertito, ove non vi è più un inizio e una fine (così come la scrittura degli alieni) e se letto al contrario non cambia il risultato (come un palindromo). Ciò che inizialmente è fin troppo misterioso piano piano si disvela e acquista senso compiuto e i tasselli trovano la giusta collocazione con grazia ed efficacia. Arrival è la storia di un’incredibile esperienza di vita (si pensi a Contact di Robert Zemeckis) che ne racchiude un’altra ben più importante che alberga la mente di Louise per l’intero arco (cerchio) narrativo. Potente. Sublime. Filosofico. Oltre l’umana comprensione. Un aspetto nuovo e straordinario per la Fantascienza.


TITOLO ORIGINALE
Arrival

PRODUZIONE
Dan Levine
Shawn Levy
David Linde
Aaron Ryder

REGIA
Denis Villeneuve

SCENEGGIATURA
Eric Heisserer

SOGGETTO
Ted Chiang

CAST
Amy Adams (Louise Banks)
Jeremy Renner (Ian Donnelly)
Forest Whitaker (Colonnello Weber)
Michael Stuhlbarg (Agente Halpern)

COLONNA SONORA
Jóhann Jóhannsson

FOTOGRAFIA
Bradford Young

MONTAGGIO
Joe Walker

SCENOGRAFIA
Patrice Vermette
Marie-Soleil Dénommé
Paul Hotte
André Valade

COSTUMI
Renée April


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