Blade Runner (1982) di Ridley Scott | Recensione di Alessandro Pin

Blade Runner

Recensione
di ALESSANDRO PIN

Blade Runner, una pellicola oltre il suo tempo

Giugno, 1982. Blade Runner esce nelle sale. Il pubblico americano incantato dalla favola spielberghiana di E.T. accoglie con distacco l’opera di Ridley Scott. L’esito commerciale è disastroso: 27 milioni di dollari incassati in patria a fronte di un budget di poco superiore; complice, probabilmente, il fatto di non aver puntato su spettacolari battaglie spaziali, come nella coeva saga di Guerre stellari. È con la distribuzione in Europa e la diffusione su videocassetta che Blade Runner, negli anni, subisce un processo di completa rivalutazione e diventa un autentico fenomeno cinematografico, tanto da essere oggi considerato un vero e proprio cult del Cinema di Fantascienza e non solo.

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L’eredità di Philip Dick

Blade Runner apre le porte di Hollywood a Philip K. Dick, autore del romanzo da cui è tratto; bisogna tuttavia attendere otto anni per vedere una pellicola ispirata a un altro suo lavoro. Atto di forza (Total Recall di Paul Verhoeven), trasposizione del racconto Memoria totale (1966), esce di fatto agli inizi degli anni Novanta. A questa seguono altre pellicole action oriented, a parte alcune eccezioni, molto distanti dai temi ricorrenti dello scrittore. Profondamente sfiduciato dal mondo di Hollywood, Philip Dick critica la prima versione della sceneggiatura di Hampton Fancher; lo studio invia così una riscrittura del copione ad opera di David Peoples e invita lo scrittore a un provino per gli effetti speciali di una ventina di minuti approntato appositamente per lui. Lo scrittore è entusiasta dell’interpretazione proposta da Ridley Scott. Quello che penserà dell’opera finita non è dato saperlo, poiché Philip Dick ci lascia proprio nel 1982, qualche mese prima dell’uscita del film.

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Il paradosso è che la fama (postuma) di Philip Dick nasce da un’opera che, a ben vedere, è in fin dei conti molto diversa dall’originale; tuttavia è difficile pensare a come si sarebbe potuto trasporre meglio il romanzo. Lo stesso Ridley Scott ammette di non essere riuscito a leggerlo fino in fondo, giudicandolo troppo complesso; da cui la scelta di rielaborare solo alcuni elementi narrativi, escludendone altri, secondo il proprio estro.

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Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Ridley Scott traspone con uno stile impareggiabile il romanzo di Philip Dick. Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, uscito nel 1968, narra di una società distopica, post-apocalittica, dove gli androidi, simili agli umani nell’aspetto, vogliono imporre la propria presenza, infiltrandosi e nascondendosi nella società. Ciò a cui anelano è provare le stesse emozioni degli umani, emulare il più possibile il loro comportamento, essere come loro. Deckard, un cacciatore di taglie che lavora per la polizia, ha il compito di scovarli (e terminarli) in un mondo popolato da individui mentalmente regrediti in crisi di fede e di identità, non più in grado di cogliere le sfaccettature più complesse che la vita offre loro, ma pronti ad abbandonarsi all’ideologia del “profeta” Mercer (in cui possiamo identificare il dramma religioso moderno) o, in contrapposizione, alle parole di Buster Friendly che rappresenta lo gnosticismo, l’evasione “via cavo”, il rinnegamento di ogni forma spirituale/filosofica. J.R. Isidore, programmatore di animali artificiali, la cui mente, per colpa delle radiazioni dovute a un conflitto nucleare che ha guastato l’umanità e il pianeta, è paragonabile a un “cervello di gallina”, rappresenta l’uomo di oggi, pieno di dubbi, che cerca una via di fuga da “quella” prigione d’acciaio, un posto migliore in cui vivere.

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Una società oscura e senza speranza in cui l’essere umano è dominato da chip emozionali che determinano lo stato d’animo del possessore semplicemente digitando un codice corrispondente al sentimento desiderato. È pervaso dalla noia, l’ozio, la consapevolezza di essere impotente di fronte ai grandi dilemmi esistenziali; tuttavia la sua più grande afflizione è l’aver perso la propria unicità a favore di “copie” senzienti paragonabili a lui, aver perso la certezza di identificarsi come umano. Per risolvere il quesito si è disposti a morire: un interrogativo a cui non è possibile, secondo Philip Dick, dare una risposta.

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L’androide di Philip Dick

L’androide di Philip Dick è un golem nato in provetta e dotato di cervello elettronico, ma dall’aspetto umano, il cui scopo è mettersi al servizio della società, compiendo i lavori più ardui e pericolosi nelle colonie spaziali. Solo virtualmente umano, l’androide è sprovvisto di ogni forma di umanità, come la totale mancanza di empatia; ciò lo porta a distruggere gli esseri viventi dei quali non percepisce il dolore: un “mostro” che sostituisce l’Uomo. Philip Dick cela dietro un involontario battito di ciglia rivelatore, l’identità androide (durante i test atti a smascherare la sua natura di vuota replica senz’anima). In un circolo vizioso si potrebbe addirittura assimilare non tanto l’androide all’essere umano, quanto l’essere umano all’androide. Questo è il cardine su cui ruota la distopia tanto cara all’autore. La caratterizzazione degli androidi porta a una domanda intrinseca: “cosa differenzia la Macchina dall’Uomo?”. Un tema in linea con la natura filosofica che Philip Dick infonde alla sua letteratura. Dopotutto la paura più grande di un androide – “ma perché, gli androidi provano vere emozioni? Hanno sentimenti, un’anima, una coscienza?” – è essere considerato un oggetto da usare, anziché un soggetto da amare; questa non è forse la stessa paura dell’essere umano, del cacciatore di androidi Deckard che è chiuso nel suo buio appartamento con la moglie malata e senza un animale “autentico” da accudire e amare?

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Il replicante di Ridley Scott e David Webb Peoples

Ridley Scott e David Peoples sovvertono il concetto di Philip Dick: l’androide di Blade Runner, chiamato “replicante”, è incredibilmente simile all’essere umano. Una creatura dotata di sentimenti vivi e forti, nata già adulta, quindi immersa in emozioni dirompenti pronte a esplodere, poiché sprovvista dell’esperienza necessaria a sopportarle. Ai replicanti non è concesso vivere per più di quattro anni, per preservarli dalla pazzia; per meglio controllarli sono impiantati nella loro mente infantile alcuni ricordi in modo che possano distinguere, il più delle volte, ciò che è bene da ciò che è male. Una sadica forma di controllo con cui l’essere umano si diletta.

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Sullo sfondo di una Los Angeles notturna e senza sonno, si ergono le piramidi dorate della Tyrell Corporation; il Creatore Eldon (Joe Turkel), vestito come un sommo pontefice e arroccato in una lussuosa reggia, è colui che vuole tendere alla visione del Dio della Biomeccanica: creare il replicante a propria immagine e somiglianza. Il figlio prediletto è uno schiavo deluso che, dopo aver vissuto una breve ma intensa vita piena di meraviglie e orrori, giunge ai massimi vertici della società e si ricongiunge al suo Creatore.

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IL DESTINO DI ROY BATTY

Roy Batty (Rutger Hauer) è come un bambino che cerca risposte ai quesiti fondamentali dell’essere umano. Ed è qui che fanno capolino la coscienza e l’empatia che contraddistinguono i replicanti di Ridley Scott dagli androidi di Philip Dick. Lo scopo del figlio prediletto è trovare il Creatore e chiedergli di poter vivere più a lungo. Una dichiarazione d’amore verso un padre sconsiderato la cui risposta è una crudele dichiarazione di disprezzo, poiché non è nella scienza che si cela la verità, ma nel cuore dell’essere umano. Il Creatore è perplesso e impaurito di fronte alla sua Creatura (Frankenstein docet) di cui ha impedito lo sviluppo attraverso un “bug” genetico che ha frenato l’ascesa evolutiva del suo più importante errore: i Nexus 6. Un gesto abietto che priva della vita e libertà creature che dovrebbero avere gli stessi diritti dell’essere umano, un atto così efferato che neanche il Dio della Biomeccanica, in tutta la sua benevolenza e magnificenza, può accettare; il Creatore è così punito dalla sua Creatura con una condanna a morte dopo una partita a scacchi dall’importante valore simbolico. È riprodotta la conclusione di una partita realmente giocata nel 1851 a Londra fra Adolf Anderssen e Lionel Kieseritzky, considerata una delle più brillanti mai giocate e universalmente conosciuta come “L’immortale”. Il concetto di immortalità contiene ovvie associazioni nel confronto “a distanza” fra Tyrell (il Creatore) e Roy (il Replicante), cosicché la partita a scacchi rappresenta, di fatto, la lotta fra Uomo e Macchina, Creatore e Creatura.

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I Nexus 6 sono alla continua ricerca di felicità, attenzione e amore che sono loro negate odiosamente dalla società e non solo: sono banditi e costretti in catene a lavorare nelle colonie extra-mondo. Ma i loro occhi hanno visto cose che l’essere umano non potrebbe neanche immaginare. Ed è proprio a termine dello scontro finale, allo scoccare dell’ultimo ticchettio del suo orologio vitale, che Roy Batty si abbandona alla sua predestinata sorte: si spegne dopo aver condiviso (in un monologo scioccante e struggente, uno dei più belli e memorabili che il Cinema conosca) ciò che ha visto, cancellando ogni errore, ogni infamia commessa salvando la vita al suo cacciatore, colui che, in quel momento, sente più vicino a lui. Un reietto della società. Un suo simile. Un fratello.

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LA STRUMENTALIZZAZIONE DI RACHEL

Possedere i ricordi è fondamentale per i replicanti, affezionati alle fotografie che vedono come unico baluardo di speranza per dimostrare loro di avere avuto un passato, memorie che, seppur fittizie, aiutano ad assimilare e comprendere meglio le emozioni. Il dubbio che si insinua nel personaggio di Rachel (il modello di replicante più simile all’essere umano) è rivelatore. Dunque il bagaglio di reminiscenze di vita vissuta è l’elemento fondamentale per la costruzione dell’identità, mediante strumenti visivi, per poter approcciare all’io cosciente il replicante; da qui il costante rimando all’occhio (fin dal visionario incipit), inteso come specchio dell’anima e mezzo per “registrare” le esperienze.

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Rachel, tuttavia, è presentata dal Creatore come un’umana. Nell’incontro tra Deckard e Tyrell si nota già come Rachel sia frutto di un esperimento, ancor prima di entrare in scena, per confermare la veridicità dello slogan “più umano dell’umano”. Un delirio di onnipotenza per soggiogare la giovane creatura, vestita in un total black mozzafiato, granitica, ma delicata come porcellana se colpita nel punto di più facile rottura, affinché tradisca la sua natura replicante. Lo strumento che il detective utilizza per scovarli, per coglierli in fallo, è il test Voight-Kampff: una forma molto avanzata di rivelatore che misura le contrazioni del muscolo dell’iride e la presenza di particelle invisibili nell’aria emesse dal corpo. Rachel, fin dal primo istante, è destinata a essere strumentalizzata, al contrario del personaggio del romanzo, ove è lei a strumentalizzare l’essere umano, cercando di allontanare Deckard dal suo obiettivo, attraverso il sesso; la Rachel interpretata dalla splendida Sean Young vede invece nel sesso un’occasione di amore mai provato prima. Ecco ancora la dicotomia tra le due rappresentazioni della Macchina: totale assenza di empatia contro la continua ricerca di condivisione.

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LA NATURA DI RICK DECKARD

Il Deckard di Harrison Ford è il prototipo dell’uomo sprovvisto di vera identità e senza scopo; un cacciatore di taglie disilluso il cui abito dimesso sta a sottolineare la sua incerta natura; un killer che, con la sua “magia”, ha fatto faville in passato, ma ora è un cacciatore stanco che deve rimettersi in pista per scovare pericolosi fuggitivi. Per l’intero arco narrativo sembra essere il punto fermo della narrazione, mentre l’ambiguità la gioca la figura del replicante; tuttavia sono disseminati tanti piccoli indizi che mettono in dubbio la vera natura di Deckard. Il bagliore bronzeo luminescente nei suoi occhi (tipico del replicante) in alcune inquadrature, il sogno dell’unicorno e la costante e aleggiante presenza di Gaff (Edward James Olmos).

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Pare che la gratificazione per il ritiro dei “lavori in pelle” (termine dispregiativo con cui sono bollati i replicanti) non sia alla fine per Deckard, ma per Gaff, il supervisore, il controllore, colui che sorvola Los Angeles e “spia” il lavoro del suo sottoposto. Gaff è senza dubbio il personaggio più sinistro e misterioso che realizza origami per schernirlo e rivelare lo stato d’animo di Deckard: una “gallina” per indicare la sua paura e inadeguatezza per il lavoro, un “uomo con l’erezione” per dimostrare la sua attrazione per Rachel e infine un “unicorno” per fargli sapere la sua decisione di lasciarla in vita. Lui è il “vero” cacciatore di androidi che vede tutto ed è a conoscenza di ogni cosa, e umano nel concedere alla coppia (sintetica) una speciale via di fuga: un lieto fine verso rigogliose distese verdi (mal digerito da Ridley Scott e pertanto tagliato nel suo montaggio definitivo).

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Deckard appare cinico, freddo, distaccato; nondimeno la sua parabola evolutiva è evidente: il virare verso una definizione più umana, alla (ri)scoperta di sentimenti provati in passato. L’orrore che prova per l’uccisione della replicante Zhora (la bellissima Joanna Cassidy), il terrore durante gli scontri con il nerboruto, taciturno, possente Leon (Brion James) e la psicopatica Pris (la sensuale e irriconoscibile Daryl Hannah), replicante dall’eccentrico look in stile punk e dalla forza iconica indubbia, l’amore per Rachel, la commozione per il fato di Roy Batty, sono emozioni molto forti che suggeriscono che Deckard in fondo sia anch’esso “più umano dell’umano”.

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Una piccola curiosità: Ridley Scott, inizialmente, inserisce sei replicanti (da cui probabilmente il termine “Nexus 6”): tre maschi e tre femmine. Il capo della polizia Bryant (M. Emmet Walsh) comunica a Deckard che uno del gruppo di fuggitivi è rimasto folgorato mentre cercava di entrare nel complesso della Tyrell Corporation, ma non ne specifica il sesso. L’ipotesi è che il replicante in questione sia proprio Deckard, catturato e “riprogrammato” dalla polizia per dare la caccia ai restanti cinque (tra cui Rachel). Tale teoria è avvalorata dal fatto che Roy Batty pare riconoscerlo al loro “primo” e ultimo incontro, mentre Deckard sembra provare nei suoi confronti una certa empatia.

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La Director’s Cut (ampliata e migliorata nella definitiva e superba Final Cut) ci viene in aiuto. Il monologo fuori campo del protagonista, imposto a Ridley Scott dalla produzione quasi a voler creare con lo spettatore proprio quel legame empatico assente nel romanzo di Philip Dick, è eliminato a favore di una maggior crudezza nella definizione del personaggio (più distopica); l’ampliamento della sequenza del sogno, quasi a voler sottolineare ulteriormente il fatto che Gaff sia a conoscenza dei sogni che la Corporazione gli ha impiantato, è la fonte più attendibile per far luce sulla “vera” natura di Deckard che, a detta dello stesso Ridley Scott (contrariamente a ciò che pensa Harrison Ford con il quale il regista ha avuto diversi contrasti) dà per assodato che in fondo egli sia un “lavoro in pelle” (idea probabilmente declinata nel romanzo dal personaggio Phil Resch, un altro cacciatore di taglie cui viene il dubbio di essere egli stesso un androide).

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Los Angeles, 2019

La Los Angeles del 2019 è un crogiolo di razze e culture fuse per creare una società cosmopolita, aliena, assimilabile al mondo verso cui, oggi, sempre più si tende e nel quale le emozioni sono imbrigliate nel vacuo scrigno dorato dei social dove proiettare le nostre vite; parallelamente, l’essere umano del 2019 si trascina stancamente in vicoli lividi, perennemente battuti dalla pioggia, in case diroccate e disabitate (analogia potente che oggi acquista un nuovo significato); un mondo dove, tuttavia, persiste ancora una forma di bellezza, caratterizzata da affascinanti luci al neon e suoni generati dai sintetizzatori.

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La visione di Blade Runner non è propriamente distopica: non c’è un Grande Fratello che guarda, né un’asfissiante (e mortale) burocrazia che imprigiona l’essere umano in una società alienante e disumana come in Brazil di Terry Gilliam; ancor meno una devastazione nucleare che annichilisce ogni vita animale, come nel romanzo di Philip Dick o nel meraviglioso L’esercito delle 12 Scimmie, sempre di Terry Gilliam. Blade Runner è un mondo privo di vere origini e di una precisa identità, dove le diverse influenze culturali, sociali, filosofiche, religiose sono fuse tra loro ma senza mai prevalere le une sulle altre. Un mondo multietnico e multi-cronico, oggi materializzato sul piano estetico in molte megalopoli orientali e, su quello umano, in ogni città occidentale; un luogo dove ogni cultura è valida e viva. Un caos ordinato e a suo modo accattivante nel suo sincretismo. Ridley Scott crea un mondo ingannevole, eppure incredibilmente tangibile, credibile per molti aspetti: l’usura delle scenografie e degli oggetti di scena, le intuizioni tecnologiche, ogni aspetto del mondo di Blade Runner contribuisce a dare una sensazione di autenticità mai raggiunta prima in una pellicola di genere. Merito, soprattutto, della direzione artistica di Lawrence G. Paull e dei concept futuristici di Syd Mead che reinventano l’estetica fantascientifica fondendola con quella del noir; tecnologie avveniristiche si mischiano ad abiti retrò (il Deckard di Harrison Ford sembra Humphrey Bogart uscito da un film Anni ‘40), immensi schermi pubblicitari illuminano le buie strade invase da usi e costumi orientali, mentre macchine volanti sorvolano altissimi grattacieli d’acciaio (che si ergono da abissi d’acciaio, per citare Isaac Asimov). L’incontrollata espansione delle industrie e delle costruzioni architettoniche, il sempre maggiore divario tra ricchi (abitanti la parte alta della città, come il Creatore Tyrell) e poveri (relegati nei bassifondi sotto battenti piogge acide e pervasi da fumi inquinanti, come lo sfortunato J.F. Sebastian – William Sanderson –, solitario costruttore di giocattoli affetto dalla Sindrome di Matusalemme e alter ego cinematografico di J.R. Isidore), lo sviluppo delle biotecnologie senza un adeguamento legislativo in campo etico, riflettono un futuro inevitabilmente negativo sotto tutti gli aspetti, o considerato tale dalla società degli anni Ottanta.

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Gli scenografi riescono a fondere stili e influenze culturali e sociali per creare un caleidoscopio dalla potenza visiva incredibile, splendidamente illuminato dalla fotografia del compianto Jordan Cronenweth i cui tagli di luce squarciano le ombre per dar vita a immagini ammalianti. Il tutto è ammantato nella sublime colonna sonora di Vangelis (autentico genio!): ritmi elettronici sincopati, a tratti struggenti, ritraggono perfettamente lo stato emotivo dei personaggi e permeano l’atmosfera di profonda e piacevolmente amara malinconia.

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Commento finale

Blade Runner è il prototipo che ha dato il via a una serie infinita di repliche che non sono riuscite a indagare in egual misura e diligenza la psicologia dell’Intelligenza Artificiale (solo 2001: Odissea nello spazio lo fece a suo tempo, ma lo scopo finale della space opera di Stanley Kubrick era un altro). La sua estetica, scaturita da una ricerca stilistica ineguagliabile, è inappuntabile e vive di opposti: post-moderna sin nelle fondamenta eppure incredibilmente coesa, frutto della fusione di diversi stili culturali e filosofici che originano la crisi d’identità che tormenta il Cittadino e la Società, l’Uomo e la Macchina, la Creatura e il Creatore. Un autentico capolavoro.

Scheda

TITOLO ORIGINALE
Blade Runner

PRODUZIONE
Michael Deeley

REGIA
Ridley Scott

SCENEGGIATURA
Hampton Fancher
David Webb Peoples

SOGGETTO
Philip K. Dick

CAST
Harrison Ford (Rick Deckard)
Rutger Hauer (Roy Batty)
Sean Young (Rachel)
Edward James Olmos (Gaff)
M. Emmet Walsh (Bryant)
Daryl Hannah (Pris)
William Sanderson (J.F. Sebastian)
Brion James (Leon Kowalski)
Joe Turkel (Dr. Eldon Tyrell)
Joanna Cassidy (Zhora)
James Hong (Hannibal Chew)
Morgan Paull (Holden)

COLONNA SONORA
Vangelis

FOTOGRAFIA
Jordan Cronenweth

MONTAGGIO
Marsha Nakashima
Terry Rawlings

SCENOGRAFIA
Lawrence G. Paull
Linda DeScenna
Leslie McCarthy-Frankenheimer
Thomas L. Roysden

COSTUMI
Michael Kaplan
Charles Knode

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