Ghost in the Shell (2017) di Rupert Sanders | Recensione di Alessandro Pin

Ghost in the Shell

Recensione
di ALESSANDRO PIN

Il Cyberpunk ha visto la luce nella prima metà degli anni ’80. Questa corrente letteraria, il cui maggior esponente è senza dubbio William Gibson con l’opus magnum Neuromante (1984), affronta complesse e affascinanti dinamiche post-moderne in cui sono coinvolti personaggi proiettati nella “realtà virtuale” che abitano un mondo distopico, tecnologicamente avanzato. La connessione col resto del mondo è il cardine della caratterizzazione di individui con protesi artificiali che si realizzano nel cyberspazio: una dimensione digitale parallela a quella reale. Molte pellicole hanno cercato negli anni di trasporre il genere, come non citare Johnny Mnemonic (1995) con Keanu Reeves e sceneggiato dallo stesso Williams Gibson, dove lo stile dello scrittore sottostà, purtroppo, a esigenze commerciali e la semplificazione delle tematiche è evidente, seppur l’antagonista interpretato da Takeshi Kitano (presente in Ghost in the Shell) è superlativo. I capostipiti di genere sono senza dubbio Blade Runner e Tron del 1982 a cui sono seguite numerose pellicole come Il tagliaerbe (1992), Virtuality (1995) e Dark City (1998). Anni d’oro per il genere. È con Matrix (1999), tuttavia, che si realizza un salto qualitativo evidente, dove i fratelli (ora sorelle) Wachowski hanno ridefinito i parametri fondamentali e fatto della “realtà virtuale” la colonna portante di un progetto tecnicamente e artisticamente eccezionale. Il Cyberpunk non ha avuto vita facile al cinema, poiché di difficile interpretazione per i neofiti, quindi aspramente criticato; basti pensare a Blade Runner che uscì in sordina per poi essere riconsiderato nel tempo, diventando un vero e proprio cult. Col passare degli anni questo filone un po’ si è perso. Solo i giapponesi sono riusciti (e riescono tuttora) attraverso prodotti qualitativamente eccelsi, come per l’appunto l’anime Ghost in the Shell (1995, nato dalla mente di Masamune Shirow come manga nel 1991), Ergo Proxy (2006) e Psycho-Pass (2013) – solo per citarne alcuni, la lista sarebbe davvero lunga –, a esplorare in profondità le complesse sfaccettature della tecnologia come parte integrante dell’esistenza dell’essere umano.

Ghost in the Shell

“Ghost” è l’anima imprigionata nello “Shell”, il contenitore artificiale, il sintetico guscio antropomorfo progettato per emulare e superare le capacità dell’essere umano. Già in Robocop (1987) di Paul Verhoeven si può osservare una contraddizione simile: come può la mente umana abitare ed essere padrona di un corpo artificiale? La questione è interessante e poche pellicole l’hanno esplorata in modo efficace. Purtroppo questa prima trasposizione live-action di Ghost in the Shell lascia sotto traccia la componente “trascendenza cibernetica” per concentrarsi maggiormente sulla forma.

Ghost in the Shell

La protagonista è il Maggiore Mira Killian Kusanagi, una perfetta Scarlett Johannson (assurde le polemiche riguardo il “whitewashing”) che ha già avuto simili esperienze in Her (2013), Under My Skin (2013) e Lucy (2014). L’incipit è straordinario: è mostrata la creazione del corpo artificiale che ospita la mente di Motoko, una ragazza giapponese perita in un incidente. Mira è dunque una nuova entità, senza più i ricordi della giovane Motoko, che fa fatica ad accettare la sua particolare condizione di cyborg: primo nel suo genere ad avere un cervello umano dentro un corpo interamente artificiale. Mira abita un mondo di grattacieli e insegne al neon e olografie dai saturi colori: un’immensa Chinatown futuristica in cui le persone sono costantemente “aggiornate” attraverso impianti artificiali. Il Maggiore si sente “scollegata” da questa realtà: una società in cui ci si interfaccia, ci si “immerge”, in un cyberspazio di conoscenza e coscienza condivise. Il Maggiore è di proprietà della Sezione di Sicurezza Pubblica Numero 9, l’agenzia governativa che si occupa di risolvere crimini cyber-terroristici; gli unici amici su cui può contare sono Batou (Pilou Asbæk), un mercenario che considera Mira al pari di un essere umano e non semplicemente una complessa macchina, e la dottoressa Oulet (Juliette Binoche), la sua creatrice. Il capo della Sezione 9 è Aramaki (Takeshi Kitano) che mostra più di una volta la sua abilità di agente segreto; i personaggi che compongono il resto della squadra sono presenti, ma purtroppo non approfonditi.

Ghost in the Shell

La missione è rintracciare un hacker molto pericoloso che vuole violare la mente dei massimi vertici dell’Hanka Robotics, una multinazionale avanzatissima nel campo della bioingegneria. Il suo nome è Kuze (Michael Pitt), un cyborg a cui di umano è rimasto ben poco: un deus ex machina che vuole creare una propria “realtà virtuale” per evadere da un mondo in cui non riesce a identificarsi. Il Maggiore gli dà la caccia, ma quando capisce che alcune “allucinazioni” possono essere legate al passato di Motoko e sono frutto di un esperimento che va oltre la missione, desidera essere qualcos’altro. Comincia così la ricerca delle sue origini tra sequenze d’azione ottimamente realizzate e ritmi un po’ più distesi che lasciano il tempo allo spettatore di godersi la suggestiva realizzazione scenica.

Ghost in the Shell

Il regista Rupert Sanders non tradisce le aspettative, ma rimane ancorato a un linguaggio di programmazione già ampiamente sfruttato. Gli sceneggiatori non osano, non riescono a raccontare “a livello digitale” il cardine della storia, preferendo sviluppare i personaggi “a livello sentimentale/umano”. La spettacolare maestosità visiva di Ghost in the Shell rende omaggio all’anime; tuttavia i colori sgargianti non penetrano a fondo nella tela digitale, dove basta una sola passata per sbiadire l’affresco cyberpunk. Si avvertono il bisogno di una maggior definizione dell’intreccio e la necessità di un sequel che possa andare più in profondità nel cyberspazio, dove tutto è digitale, nel cuore pulsante di una fantascienza che è giusto e fondamentale riscoprire.

Scheda

TITOLO ORIGINALE
Ghost in the Shell

PRODUZIONE
Ari Arad
Avi Arad
Michael Costigan
Steven Paul

REGIA
Rupert Sanders

SCENEGGIATURA
Jamie Moss
William Wheeler
Ehren Kruger

SOGGETTO
Shirow Masamune

CAST
Scarlett Johansson (Maggiore Mira Killian Kusanagi)
Pilou Asbæk (Batou)
Takeshi Kitano (Daisuke Aramaki)
Juliette Binoche (Dottoressa Ouelet)
Michael Pitt (Kuze)
Chin Han (Togusa)
Danusia Samal (Ladriya)
Lasarus Ratuere (Ishikawa)
Yutaka Izumihara (Saito)
Tawanda Manyimo (Borma)

COLONNA SONORA
Lorne Balfe
Clint Mansell

FOTOGRAFIA
Jess Hall

MONTAGGIO
Billy Rich
Neil Smith

SCENOGRAFIA
Jan Roelfs
Greg Cockerill
Elli Griff
Craig Poll
Calvin Tsoi
Kitt Van Der Kidd

COSTUMI
Kurt and Bart

 

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