Life – Non oltrepassare il limite (2017) di Daniel Espinosa | Recensione di Alessandro Pin

Life

Recensione
di ALESSANDRO PIN

La Stazione Spaziale Internazionale riceve dallo spazio profondo un pacco postale a velocità interstellare. Il mittente è Marte, il destinatario un gruppo di scienziati e l’oggetto una cellula aliena. L’incipit è ricco di suspense fino alla consegna (suggestiva la “presa al volo” del pacco), ma una volta giunto a bordo, l’ospite è sigillato in laboratorio in una cella per esperimenti e il mistero cede presto il posto alla tensione. Niente di nuovo in questo horror spaziale che attinge a piene mani da Alien (1979) di Ridley Scott.

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L’equipaggio è multietnico. Gli scienziati ridono, scherzano, vivono in armonia, lontani dagli 8 miliardi di terrestri che il medico di bordo (Jake Gyllenhaal) non ha più intenzione di rivedere, nonostante la permanenza di oltre un anno nello spazio. L’altra protagonista è la scienziata interpretata da Rebecca Ferguson (la sinergia con Gyllenhaal, purtroppo, non si instaura). Il personaggio di Ryan Reynold, il più simpatico e colui che tiene alto il morale dell’equipaggio (e dello spettatore), è l’unico che funziona e, con grande delusione, il primo a essere “mietuto dall’interno”. L’esobiologo (Ariyon Bakare), affetto da paralisi agli arti inferiori, è il più qualificato per indagare la natura dell’extraterrestre e alla fine la sua condizione serve a creare un coup de théâtre funzionale alla storia. Olga Dihovichnaya e Hiroyuki Sanada completano un cast che non rende al massimo.

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Il doppiogiochismo è un elemento fondamentale in ogni sci-fi noir che si rispetti, ove giocano pedine notevoli e mutevoli come l’androide Ash di Alien, l’androide David di Prometheus o il team di scienziati de La cosa (1982) di John Carpenter; tuttavia il regista Daniel Espinosa e gli sceneggiatori di Deadpool, Rhett Reese e Paul Wernick, non riescono a caratterizzare i personaggi. L’iniziale atmosfera “alla Solaris” (complice l’evocativa musica di Jon Ekstrand), pacifica, misteriosa, affascinante, diventa presto inquieta nel momento in cui l’alieno rompe il contenimento e le urla riecheggiano nelle camere a tenuta stagna della stazione. L’ansia e i battiti del cuore crescono di pari passo con la narrazione e si capisce subito dove il regista vuole condurre lo spettatore. Di certo, manca una vera e propria propulsione che ci faccia giungere in luoghi inesplorati. Alla fine ne resta soltanto uno, come in Alien, ma il coraggio di cambiare il perfetto finale “alla Gravity” in un pessimista epilogo senza speranza, come nella fantascienza che caratterizza L’invasione degli ultracorpi (1956) di Don Siegel, lascia l’amaro in bocca.

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L’esobiologo considera l’alieno il suo “trovatello”, un bambino a cui poter insegnare e con cui comunicare, ma la crescita della cellula è così repentina che da minuscolo essere diventa una piccola appendice da toccare con un dito e poi una mano da stringere per siglare il primo contatto; tuttavia la stretta è talmente forte che spezza ogni possibilità di comunicazione. Come spesso accade, la creatura extraterrestre è incredibilmente forte, resistente, micidiale, famelica, cattiva e ha un unico obiettivo: annientare l’essere umano, qui ridotto a piccolo essere depresso che odia il proprio mondo e ha per “vicino di casa” una forma di vita che era meglio non risvegliare. Gli scienziati interpretano inspiegabilmente questa sua “fame” come un semplice e istintivo bisogno biologico di sopravvivenza. Del tutto scontato. Così come la natura stessa di Life che si presenta come il classico topos di genere. Gli ingredienti: una stazione spaziale “dove nessuno può sentirti urlare”, una missione governativa che considera sacrificabile la vita degli scienziati e un alieno, soprannominato Calvin (superstar), super intelligente, tutto muscoli, tutto occhi, tutto cervello, che “assimila”, priva della vita e si nutre dell’ingenuità e paura degli scienziati. Un unico, grande, infelice déjà vu terribilmente amaro.

Scheda

TITOLO ORIGINALE
Life

PRODUZIONE
Bonnie Curtis
David Ellison
Dana Goldberg
Julie Lynn

REGIA
Daniel Espinosa

SCENEGGIATURA
Rhett Reese
Paul Wernick

CAST
Hiroyuki Sanada (Sho Murakami)
Ryan Reynolds (Rory Adams)
Rebecca Ferguson (Miranda North)
Jake Gyllenhaal (David Jordan)
Olga Dihovichnaya (Ekaterina Golovkina)
Ariyon Bakare (Hugh Derry)

COLONNA SONORA
Jon Ekstrand

FOTOGRAFIA
Seamus McGarvey

MONTAGGIO
Mary Jo Markey
Frances Parker

SCENOGRAFIA
Nigel Phelps
Celia Bobak

COSTUMI
Jenny Beavan

 

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